Come un enigma_Venezia

Giovanni Chiaramonte
Come un enigma_Venezia

Venezia, negli anni della giovinezza, è stato il rifugio delle mie domande più radicali e dolorose, è stato il luogo dove i desideri inesauditi del cuore, che la luce del giorno gettava ai margini estremi della coscienza, potevano finalmente emergere e prendere corpo visibile, donandomi quella pace che solo l’essere messi di fronte alla totalità della propria esperienza può dare.
Vi fuggivo da Milano, durante i lunghi inverni del Nord, e di solito vi arrivavo verso il crepuscolo o a sera ormai inoltrata. Le sagome degli scafi e delle gru dei cantieri navali incerte nel buio nebbioso, le luci verdastre dei lampioni sul Ponte della Libertà rispecchiantesi sulla laguna, i fuochi delle raffinerie e delle industrie chimiche sull’orizzonte verso Fusina, poi i bianchi scalini del Ponte degli Scalzi e la cupola di San Simeone Piccolo: erano queste le prime immagini che mi accoglievano alla fine del viaggio e che come angeli custodi mi permettevano finalmente di entrare nelle dimensioni più remote e irraggiungibili della mia vita interiore, di cui quelle esterne visioni erano solo figure riflesse, eppure obbiettive e veritiere. Solo da quel margine, solo da quel confine, per me era ancora possibile cercare di dare un senso, una forma, una possibile bellezza al mondo dell’uomo, ovvero alla città, perché solo da Venezia era contemplabile nella sua totalità l’Epoca Moderna, la scena dura e implacabile del tempo che mi era stato dato da vivere.

“O Venetia alma regina
ornamento a tutto il mondo
jace in te la medicina
che fa star l’homo iocondo”.

Scrive così in una Lauda del 1525 Eustachio Celebrino descrivendo un piccolo quadro di Giorgione presente nella chiesa di San Rocco. In quel quadro, nello sguardo del Cristo portacroce io sono stato visto nella mia totalità e, nella consapevolezza di essere stato visto, io sono stato messo in grado di vedere il mondo intorno a me: non nelle cose, ma nella immagine delle cose, perché il mondo, e ogni frammento del mondo non è solo se stesso, ma contemporaneamente altro da sé. Nello sguardo di quell’immagine, nel presente fisico di quella misericordia su di me, mi sono ritrovato improvvisamente e gioiosamente immerso in un flusso ininterrotto di sentimenti, percezioni e pensieri: un flusso infinito come le onde dell’acqua tra i canali della città. Un flusso in cui è possibile smarrirsi senza mai perdersi, come quando si cammina tra le strette calli, i cui muri ti sfiorano le spalle e finiscono improvvisi sul verde mare oltre il labirinto dei mattoni. Un flusso che dona l’esperienza fisica dell’imprendibilità dell’io e della grandezza infinita che è l’uomo.