Da Ritorno a Gerusalemme

Arturo Carlo Quintavalle
Da Ritorno a Gerusalemme

Chiaramonte riprende Jerusalem con pellicola a colori di formato quadrato con metodo analogico e nel rifiuto del digitale. Riprendere con un apparecchio 6×6 e col cavalletto significa impostare una immagine e poi attendere, attendere che la scena si componga, come un piano-sequenza che altri devono costruire. Ma, per scegliere un luogo, bisogna evitare l’ovvio, evitare il banale, evitare il luogo turistico. Gerusalemme è purtroppo anche questo e la serie dei fotografi che si sono succeduti dal XIX secolo in poi, hanno ripreso, come del resto i registi cinematografici, le stesse cose, l’ingresso al Santo Sepolcro, il Muro del pianto, l’interno del Santo Sepolcro, la spianata della moschea quella della Cupola sulla roccia, la Via dolorosa, l’Orto degli Ulivi e via elencando. Ebbene, se scorrete le foto di Chiaramonte, non trovate nulla di tutto questo e non trovate neppure la rappresentazione dei riti che è uno dei luoghi comuni per via di immagine di chi fotografa questa città. Chiaramonte ha deciso di riflettere, e riflettere è la parola giusta, sugli spazi della memoria, ha deciso di costruire, di Gerusalemme, una memoria diversa, ha inventata una città e come e perché la ha inventata lo potremo meglio scoprire più avanti.

Ora limitiamoci a osservare queste fotografie. Sono bilanciate al centro, un equilibrio interno che le accomuna tutte; e tutte sono accomunate da una precisa luce che a volte trascolora nel chiaro assoluto di una lieve sovresposizione. Ma, scorrendo le immagini, trovi altri segnali: prima di tutto la gente, gente comune, abitanti, turisti spesso intenti a dialogare, a leggere, magari ad abbracciarsi. A volte la composizione è organizzata con un grande vuoto al centro, altre con un forte primo piano, in altre ancora torna uno dei simboli di Chiaramonte, l‘albero, il palo, la torre, insomma un segno che indichi il cielo. Poi, nelle foto, cogli sempre il senso del vuoto, sono spazi dove le persone esistono, camminano, un cieco col bastone, una figura di bambino o di vecchio sedute, ma stanno appena ai margini della scena, ovunque domina la simmetria. Lo spazio è concluso dentro la fotografia, siamo davanti a una scelta di stile che è ideologica, ogni foto è strumento di meditazione, ogni foto è un indice, invita lo sguardo verso una direzione: che sia una finestra verso il cielo, una scalinata della spianata della moschea, un vicolo del suk oppure una strada della Via dolorosa con le botteghe tutte chiuse e una luce che piove dall’alto, ovunque trovi la stessa dimensione, temporale oltre che spaziale, di attesa, uno spazio che attende un evento, come le gotiche arcate del Cenacolo, come lo spazio sospeso del Dopo l’ultima cena.

Ma per Chiaramonte le immagini hanno un’altra lunga durata dal significato diverso: sono tracce, mattoni, pietre per costruire un discorso sull’andare oltre la dimensione del racconto del mondo. E sono immagini che narrano di un lungo e difficile pellegrinaggio che il fotografo ha portato avanti negli anni. Di questo viaggio, di questo pellegrinaggio, di questo eterno ritorno alle fonti, anzi alla Origine, i molti libri di Chiaramonte sono una traccia. Qui mi permetterò, troppo brevemente, di citarne alcuni, certo però in ordine cronologico, in modo da collegarli a questo “Jerusalem” e a farne meglio intendere il senso. Perché per Chiaramonte il vivere è viaggio e il viaggio da Occidente a Oriente porta, attraverso luoghi simbolici come Milano, Berlino, la Sicilia, Atene, Istanbul fino a Jerusalem che è luogo, certo, ma anche luogo simbolico e dunque punto di partenza per un eterno ritorno alle origini.

Dal testo Ritorno a Gerusalemme, scritto e letto all’Accademia di San Luca a Roma, il 13 dicembre 2014