JERUSALEM_Figure della Promessa

Giovanni Chiaramonte
JERUSALEM_Figure della Promessa

Fin dall’inizio della mia esistenza io come tanti, forse come tutti, ho vissuto l’esperienza del sentirmi nato lontano: lontano da me stesso come lontano dal luogo sconosciuto in cui avrei voluto e dovuto essere posto secondo il desiderio del cuore. (…)
Nel crescere degli anni ogni sguardo è divenuto uno specchio dell’attesa, una messa in prospettiva rispetto al limitato e limitante qui e ora del mio giorno e del mio luogo. Nella messa a fuoco del desiderio, ogni pensiero si è mosso alla ricerca di un punto di fuga dalla solitudine del mio io e dalla superficie del mondo dove nulla di nuovo sembra mai venire alla luce del sole e dove tutto nella vicenda della natura e della storia si rivela finito e mortale.
Lungo questo percorso, io ho sentito indirizzate anche a me le parole rivolte dal Signore ad Abramo: Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò … e tu diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò e in te saranno benedette tutte le famiglie della terra. (…)
Io sono salito a Gerusalemme da Berlino dove, dal 1984, ho cominciato a risiedere seguendo negli anni la ricostruzione della città dopo le distruzioni dell’ultima battaglia combattuta sul fronte occidentale della Seconda Guerra Mondiale, e dopo le demolizioni in vista di un avveniristico progetto metropolitano a modello della californiana città degli angeli. Di fronte alle rovine della stazione ferroviaria di Anhalter come attraversando la distesa di sabbie e detriti nello spazio desolato in cui fino al 1945 si alzavano gli edifici di Potsdamer Platz, mi venne spesso da immaginare la folla dei vivi che animava quello che era il centro della città e il cuore di una capitale del mondo. Fui preso più volte dal desiderio di incontrare i volti e le parole di alcune figure che in quel tempo a Berlino meditavano sulla cultura e sul destino dell’Occidente, le cui riflessioni stavo cercando di ripercorrere sulle pagine dei loro libri: Romano Guardini, Martin Buber, Walter Benjamin, Abraham Heschel, Gershom Scholem, Franz Rosenzweig. Grazie a queste figure e grazie alle figure dei fotografi che si inscrivono in questa genealogia, da Alfred Stieglitz, Paul Strand, attraverso André Kertész e Alfred Eisenstaedt, sino a Robert Frank, Joel Meyerowitz, Richard Misrach, ho imparato che la fotografia deve essere amore per ogni altro che è di fronte a me, rispetto per ogni differenza che vi è in ognuno e in ogni cosa del mondo, nella consapevolezza che si può vivere la totalità dell’esistenza solo nell’apertura del cuore e dello sguardo verso l’infinito.
Passeggiando tra i busti dell’imperatore Cesare Augusto e quelli dei suoi successori a Charlottenburg o tra le colonne greche erette tra la Porta di Brandeburgo e l’isola dei Musei, mi sono trovato di fronte all’evidenza che a Berlino, come a Parigi, come a Londra, come a San Pietroburgo, come a Washington, il pensiero dell’uomo moderno ha deciso di costruire lo Stato a modello di Roma sul fondamento di Atene, adottando in forma nuova quella concezione di potere e di governo che, sotto il segno dell’aquila, aveva portato le legioni a distruggere Gerusalemme e a disperdere tra le lingue delle nazioni i figli della promessa.
Nel qui dove io ora sono, a proposito di Gerusalemme, come Tobia posso dire che gli abitanti di tutti i confini della terra verranno verso la dimora del tuo santo nome, portando in mano doni, per il re del cielo. Generazioni e generazioni esprimeranno in te esultanza e il nome della città eletta durerà nei secoli.
Nell’immagine impressa dalla luce vive soltanto il tempo presente: come una profezia del Giudizio, la fotografia testimonia che non ci può essere nostalgia del tempo passato o paura del tempo futuro, perché nel dramma di ogni momento respira e si rivela come speranza l’istante perenne della memoria di Dio.
Le immagini da me scattate per Jerusalem sono dedicate alla memoria di Eric Salomon, alla luce della sua fotografia che ha cercato di svelare in ogni volto e in ogni gesto nella storia l’irriducibile bellezza e responsabilità dell’essere persona, contro ogni visione totalitaria dell’identità dell’uomo e della società civile, morendo ad Auschwitz in nome della sua identità e della sua genealogia.

26
gennaio
2015

Marsiglia
Francia
Istituto Italiano di Cultura
6, rue Fernand Pauriol

Inaugurazione mostra

Giovanni Chiaramonte
Jerusalem_Figure della Promessa
con versi di Umberto Fiori
in occasione
della Giornata della Memoria
h. 18.00 concerto, canti della tradizione ebraica
h. 19.00 presentazione e inaugurazione
h. 20.00 buffet

la mostra
resterà aperta
fino al 28 febbraio 2015